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Caro Signor Sindaco San Calogero unisce non divide


In margine alla dichiarazione del Sindaco Marco Zambuto sulla festa di San Calogero

«Tra macerie e scazzottate» titolava così in prima pagina l’edizione provinciale del giornale «La Sicilia» e poi all’interno altro titolo «Quanto degrado ai piedi del Santo». I redattori, facendo la sintesi dei festeggiamenti della prima domenica di San Calogero, mettevano in risalto, “l’inciviltà” diffusa, nei coportamenti, gesti e parole di pochi “devoti” (?) che rovinano la festa e la devozione vera dei molti, così come gli stessi portatori tengono a precisare.

Ma non è su questo che vorrei soffermarmi, quanto piuttosto sulle parole del sindaco, Marzo Zambuto alla vigilia della festa. Ha sorpreso non pochi, la dichiarazione spontanea, in apertura del telegiornale delle ore 14.00 sull’emittente televisiva Teleacras sabato 2 luglio. 
Una fredda grandinata, nella calura estiva, sulla gioia dei fedeli cristiani che si accingevano ad onorare il Santo, amato da tutti gli agrigentini, il cui culto è da sempre promosso nelle sue forme più genuine e consone con la fede cristiana dai pastori della Chiesa.
Sabato, invece, questi fedeli si sono sentiti dire dal sindaco - seduto in studio con alle spelle le immagini della festa del Santo, leggendo dal gobbo il “testo-sceneggiatura” (sul sito di teleacras è possibile visionare anche il testo scritto del discorso), con pause e ampi gesti - che San Calogero è il Santo di alcuni e che, anzi, una parte di questi ha il diritto di escludere gli altri dal promuovere i festeggiamenti e dalla festa.
Lascia sgomenti questa dichiarazione del sindaco che, pur di aggraziasi il favore di pochi (tutto fa brodo per la campagna elettorale ormai imminente), è in contraddizione con quanto, giorni primi della festa, alla presenza dell’Arcivescovo, dei rappresentanti dei portatori, della confraternita, del clero, e dello stesso sindaco, accompagnato dal suo vice, si era stabilito per celebrare la festa del Santo in piena armonia e nel rispetto degli impegni che ogni componente assumeva in nome e per conto delle proprie rappresentanze.
Un incontro animato ma alla fine conclusosi con l’impegno di unire le forze perché la festa si svolgesse nel rispetto della tradizione ma anche con fede e testimonianza cristiana.
L’aspetto più inquietante del discorso, tralasciando alcune inesattezze teologiche su cui torneremo tra poco, è il rimarcare, in più passaggi, lo “ius escludendi” del popolo che “esercita una proprietà esclusiva ed illimitata anche nei confronti dell’ufficialità ecclesiastica”. É il discorso dell’autorità (intesa naturalmente come servizio e non come esercizio di potere) che viene minato e attaccato dal sindaco, che è autorità.
In altri termini è come se avesse detto: cari devoti portatori, fregatevene dell’autorità ecclesiastica (leggasi Arcivescovo e don Angelo Chillura, quest’anno guida spirituale della festa), fregatevene, di chi vi rappresenta (presidente dell’Associazione dei portatori), fregatevene di quanto stabilito, fatevi trasportare solo dal vostro sentire religioso, dal vostro «trasporto mistico».
Domanda: che cosa pensereste, ad esempio, del Comandante della Polizia Locale che, parlando ad un gruppo di ragazzi, dicesse “fregatevene del codice della strada?” O che cosa pensereste di un sindaco che disattende le indicazioni del Questore in materia d’ordine pubblico? Cosa pensereste di un prete che dal pulpito invitasse i suoi giovani a disattendere l’ordinanza del sindaco, di consumare superalcolici dopo una certa ora? A voi il commento.

Caro signor sindaco, le feste sono fatte per unire e non per dividere ed escludere. Ci sono già tante cose che dividono i cittadini: la politica, le differenze economiche e sociali e francamente, quelle sue parole mi sono sembrate (e non solo a me), fuori luogo e fuori bersaglio, oltre che un pericoloso boomerang per i risvolti che possono innescare contro ogni autorità costituita.
In una congiuntura civile e sociale, che richiede l’apporto di tutti, non si sente proprio nessun bisogno di introdurre elementi di divisione tra i cittadini e tanto meno tra i fedeli nel momento in cui si vuole onorare un santo amato da tutti, invadendo per altro un ambito che non le compete.
É vero! San Calogero, caro signor sindaco, è il santo più amato dagli agrigentini. Tanto si è scritto e si è detto sulla devozione al santo da parte del popolo agrigentino, che si esprime in variegate forme che toccano tanto la vita interiore del singolo credente, quanto l’amore e l’espressione di un intero popolo, dal più piccolo al più grande, senza esclusioni o differenze.

San Calogero, così come san Gerlando, è il santo della evangelizzazione, della carità, dell’unità, della conversione. Non ha senso contrapporli!
É il santo della evangelizzazione. Insieme ad altri suoi confratelli è venuto in Sicilia per annunziare il vangelo che libera e salva. É vero, come lei dice,«…con il vangelo che porta tra le mani ci istruisce alle cose nuove» Ma a quali cose nuove, viene da chiederci. Alle “cose nuove di Dio”. Il Vangelo è il lieto annunzio portato da Gesù che ci parla del Padre misericordioso, che ama tutti i suoi figli, che è bontà, amore, misericordia, provvidenza, perdono, che fa’ di noi in Cristo la sua famiglia, il suo popolo santo, chiamati a vivere nell’amore, nella verità, nella giustizia, nella fraternità, nell’unità, nella santità. E allora mi chiedo: ha significato una festa cristiana senza evangelizzazione, senza ascolto della parola di Dio, senza cambiamento di vita?
É il santo della carità. San Calogero non si è limitato ad evangelizzare, ma a tradurre il Vangelo in opere di amore e carità. Essendo intervenuta ai suoi tempi una pestilenza che faceva tante vittime, si diede da fare per alleviare le sofferenze degli appestati. Aiutato dai suoi fratelli, organizzò un lazzaretto per raccogliere e curare gli appestati e per sfamarli girava per la città a raccogliere la carità della gente. Tutti davano qualche pezzo di pane al santo, ma per paura del contagio glielo porgevano (non “gettato”) dai balconi. Quello che conta dunque non è “la tradizione del lancio del pane” ma l’attenzione alle “nuove povertà” che ancora oggi affliggono tante famiglie della nostra città. San Calogero dunque ci deve educare ad essere caritatevoli, accoglienti, solidali con i “nuovi poveri”, a trovare “nuove forme” di aiuto a livello personale, familiare, comunitario e sociale per venire incontro ai bisogni di tanti. Come sarebbe belle che nei bilanci delle pubbliche amministrazioni ci fosse più attenzione ai “nuovi poveri”! O che si consolidasse ancora di più il gesto di mutare il “lancio del pane”, che sovente viene sprecato, con gesti di solidarietà verso qualche famiglia offrendo un buono pane, per qualche settimana, o in qualche altra opera di carità.
É il santo dell’unità. Quel vangelo che porta tra le mani ci dice che siamo tutti figli di uno stesso Padre, tutti uguali nella dignità di figli di Dio, tutti facenti parte dell’unica Chiesa di Dio, fondata dal suo Figlio nella varietà dei doni.
Nessuno pertanto, caro signor sindaco, può servirsi della festa del santo per esercitare - come lei dice nel suo intervento - lo “jus escludendi” della ufficialità ecclesiastica perché altrimenti non potrebbe essere la festa di un santo della Chiesa.
La festa del santo non può fare “escludere” nessuno perché San Calogero è servo di un Padre che accoglie tutti e non emargina nessuno. Non esclude i piccoli né i grandi, non esclude i giusti né i peccatori, non esclude i dotti né gli ignoranti, non esclude i ricchi né i poveri, non esclude i laici né i religiosi. Accoglie tutti, ama tutti come il Padre nostro che è nei cieli. Questa è la vera santità.
É il Santo della conversione all’amore di Dio. Quel Vangelo che porta in mano e quella cassetta con le medicine al braccio, ci parlano di un santo che, in nome di Cristo, è venuto ad annunziare. “…il lieto messaggio ai poveri, per proclamare ai prigionieri la liberazione ed ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19). É il santo ministro di quel “Buon samaritano, che è venuto per chinarsi sulle ferite di tanti poveri malcapitati per ridare salute e salvezza. Ministro di quel “Buon pastore” che è venuto “non per i giusti ma per i peccatori” (Mc 2, 17). É ministro di quel Gesù che accoglieva i peccatori, che non giudicava e condannava, ma che invitava a cambiare vita: “vai e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). É ministro di quel Gesù che ha lasciato alla sua Chiesa ed ai suoi ministri il suo stesso potere di rimettere i peccati: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi a chi non li rimetterete non saranno rimessi” (Gv 20,23)
Si può celebrare la festa senza il proposito di cambiamento di quegli atteggiamenti che sono contro il vangelo e contro l’uomo?
Il fine di una festa popolare è quello di creare una società solidale e fraterna, accogliente e rispettosa di tutti, di mettersi, come san Calogero, al servizio dei propri fratelli e non di escludere.
Se san Calogero, caro signor sindaco, è il santo della conversione, allora la festa è per tutti noi!
Siamo tutti bisognosi di conversione e di perdono del Padre! Non ci sono, caro signor sindaco, “portatori peccatori” e “altri” santi per natura. Siamo tutti bisognosi del perdono del Padre.
Allora, caro signor sindaco, la festa di san Calogero cambierà veramente non, come lei dice, “se lo portiamo in processione a spalla”, o sul carro, ma se ispirandoci alla sua testimonianza, cambierà la nostra vita aprendoci all’amore e alla Parola di Dio, vivendo la comunione tra di noi, adoperandoci per costruire una comunità e una città più giusta e solidale.
Allora sì che sarà festa. Allora si che potremo gridare tutti: “Evviva Diu e San Calò”.
Carmelo Petrone


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Pubblicato da: direttore direttore
Data inserimento: 7/8/2011
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